Dopo la prima puntata della scorsa settimana, oggi
torniamo a concentrarci sui soprannomi delle squadre inglesi, tutti molto belli
e significativi, che derivino da una leggenda popolare o semplicemente dal
colore della divisa. Se nel primo pezzo ci siamo soffermati sulle sette
sorelle, le big della Premier, in questo episodio ci dedichiamo alle altre
partecipanti alla massima serie, chi impegnata nella corsa salvezza, chi sempre
pronta ad uno sgambetto eccellente: tra le sorprese in negativo c’è sicuramente
il Sunderland, formazione ben costruita ma clamorosamente nelle ultime
posizioni della classifica; i giocatori che vestono il bianco e il rosso, e tra
i quali figurano ben quattro italiani, sono soprannominati black cats: il leggendario nickname sembra risalga addirittura al
1937, quando un bambino portò allo stadio il suo gatto nero (ben visto in
Scozia, pochi chilometri a nord del Wear), che si rivelò un ottimo portafortuna;
c’è chi dice invece che sia dovuto al gatto nero che la società accudì per
alcuni anni intorno al 1960, ma in ogni caso questo rimane uno dei soprannomi
più belli e interessanti. Sempre per quanto riguarda la zona bassa della
graduatoria, anche Cardiff e Fulham hanno nicknames significativi: i gallesi
sono gli uccelli blu, blue birds, ma
negli ultimi anni, con l’arrivo dell’eccentrico presidente Tan, il colore
sociale è diventato il rosso, scelta che ha fatto imbestialire i tifosi,
perennemente in contrasto con la società. Prende invece origine dallo stadio,
il Craven Cottage, il nomignolo dei londinesi: la squadra oggi di Magath viene
spesso etichettata con il nome della mascotte, Badge, ma per tutti gli appassionati Sidwell e compagni rimangono
semplicemente i cottagers. Le fonderie
del Black Country hanno invece dato il soprannome al West Bromwich, squadra
della grande periferia di Birmingham: baggies
sono infatti i pantaloni molto larghi e spessi che gli operai utilizzano
durante il turno i lavoro per proteggersi dalle colate di ferro fuso;
spostandosi di poche miglia, più banale ma non meno utilizzato è il nickname villans, con il quale i giocatori dell’Aston
Villa sono conosciuti in tutto il paese. Trasferendoci nel Norfolk, a est del
paese, troviamo il Norwich, squadra con una discreta storia alle spalle, ma
avviata verso un difficilissimo finale di stagione; il nickname canaries è dovuto al grande allevamento
di canarini nella zona, e di conseguenza il soprannome si è ben adattato anche
ai colori della divisa, il giallo e il verde. Sempre legati agli animali sono
anche altri nomignoli delle squadre: i giocatori dell’Hull City, in onore al
proprio stemma, sono chiamati tigers,
mentre a Londra sud, nella sede del Crystal Palace, si parla spesso di eagles, le aquile, soprannome adottato anche
dai portoghesi del Benfica. Molto belli sono anche i nicknames del Newcastle,
amatissima squadra del nord del paese; entrambi derivano dal bianco e dal nero,
i colori sociali: sono magpies, le
gazze (peraltro utilizzato anche dal Notts County), e skunks, le puzzole, animali che non fanno pensare a combattimenti,
ma che gli avversari che devono salire fino al St James’ Park temono da sempre.
La chiusura, dopo aver citato swans
come soprannome dei gallesi dello Swansea, è dedicata al West Ham, una delle squadre
più amate del paese, conosciuta in tutto il mondo dagli anni settanta, quando
le imprese degli hooligans della I.C.F. avevano una imponente eco mediatica;
chiamati anche hammers o claret and blue, derivato dal colore
della divisa, gli est londinesi rimangono per tutti gli irons, nomignolo affibbiato prima ancora che ai calciatori agli
operai, specializzati nella lavorazione del ferro nelle fabbriche che si
trovavano, e si trovano tuttora, lungo il corso del Tamigi. Con questo
chiudiamo anche la seconda puntata dedicata ai soprannomi delle squadre
inglesi: spero che anche questa volta vi abbiano affascinato, e vi invito a non
perdere l’ultima puntata, quella riservata alla Championship e ai campionati
minori, perché anche tra i team meno conosciuti si nascondono nobili e
bellissimi nicknames.
mercoledì 30 aprile 2014
lunedì 28 aprile 2014
TRENTADUESIMA GIORNATA BUNDESLIGA
Centottanta minuti. È quanto manca alla fine di un’altra
stagione di Bundesliga, meraviglioso campionato che anche quest’anno ha
regalato emozioni e spettacolo, e anche se bisogna ammettere che il titolo è
stato assegnato con fin troppo anticipo, arriveremo all’ultima giornata con
ancora in palio tutti gli altri verdetti, dalla lotta per l’Europa, quella che
conta e quella che conta un po’ meno, a quella per la salvezza, tragicamente
affascinante. In testa, certificata già da alcune settimane la propria
vittoria, il Bayern ha travolto per 5-2 il Werder Brema, già schiantato con
sette reti nel girone d’andata, portando ad un incredibile +67 la differenza
reti totale; alle spalle degli imprendibili bavaresi di Guardiola, che hanno
onorato con un minuto di silenzio la morte di Tito Villanova, il Borussia
Dortmund ha reso ufficiale il secondo posto, conquistato matematicamente grazie
al pareggio in rimonta per 2-2 alla Bay Arena di Leverkusen; le “aspirine”
perdono così la grande opportunità di avvicinare il terzo posto dello Schalke,
sconfitto a domicilio da un ritrovato Monchengladbach, ma soprattutto di
consolidare la quarta piazza, minacciata ora anche dai fohlen oltre che dal
Wolfsburg, che a sua volta fallisce un quasi match point facendosi raggiungere
due volte da un indomabile Friburgo. Continuano a sognare un posto in Europa
anche le due rivelazioni del campionato Magonza e Augsburg, capaci di vincere
tra le mura amiche e di inguaiare ancora di più Amburgo, che al momento sarebbe
allo spareggio salvezza con il Greuter Furth, e Norimberga, in caduta libera
nonostante il nuovo cambio di allenatore. A far compagnia in fondo alla
graduatoria alle due nobili decadute rimane l’Eintracht Braunschweig, battuto
anche a Berlino e sempre più vicino alla retrocessione, per quanto ci sia
ancora qualche speranza, seppur flebile, di salvezza. Infine, doppio 0-0, una
novità quasi assoluta per questa Bundesliga, nelle due sfide di metà classifica
Hannover-Stoccarda e Hoffenheim-Francoforte, con le squadre (ragazzi di Kurz a
parte) che hanno festeggiato proprio ieri l’aritmetica salvezza.
mercoledì 23 aprile 2014
ENGLISH TEAM NICKNAMES
In Italia, i soprannomi delle squadre sono da sempre
poco rappresentativi, e soprattutto quasi mai utilizzati; i diavoli rossoneri e
i lupi romani sono abbastanza comuni da sentire, ma quando mai l’Inter viene
associata al serpente che ha nello scudetto e la Juventus, per lo stesso
motivo, alla zebra? Oltremanica invece, nella patria del calcio, i nicknames
sono invece i simboli principali delle squadre, e nella gran parte dei casi
hanno una radice storica o sociale significativa, legata perlopiù all’industria
locale o a mitologiche leggende. Tra le centinaia trovate, perché ogni squadra
ha come minimo un soprannome, ho scelto i più belli, i più rappresentativi o
comunque quelli più interessanti. Tra le big, che studieremo più da vicino in
questo primo pezzo, il migliore è probabilmente quello dei giocatori
dell’Arsenal, soprannominati gunners
per le fabbriche di artiglieria (gunner è il cannone) che sorgevano nel nord di
Londra, e che rifornivano le truppe di sua maestà. Ha invece origini rugbistiche
il soprannome del Manchester United, che quest’anno non è per la verità tra le
grandi della Premier, ma rimane la squadra più titolata d’Inghilterra: red devils erano infatti chiamati i
giocatori della squadra di Salford, nella grande area urbana che circonda la
città. Qui trova casa anche il City, i cui calciatori sono comunemente noti
come citizens, ma che talvolta sono
etichettati come sky blues, per il
colore della maglia che ricorda quello del cielo. Dai colori della divisa si
prende spunto anche per il Liverpool, la squadra che sta dominando questo
finale di campionato, alla ricerca di quel titolo che manca da ormai ventiquattro
anni; i ragazzi di Rodgers sono noti in tutto il mondo come reds (stesso dicasi per il Nottingham
Forest), mentre più interessante è l’origine del soprannome dell’altra società
sorta sulle rive della Mersey: i giocatori dell’Everton sono infatti chiamati toffees, come i dolcetti e le
caramelle, quelle che un’anziana signora, secondo la leggenda, lanciava tra gli
anni 50 e 60 ai supporter che si preparavano a riempire le terraces di Goodison
Park. Per concludere il giro delle big d’oltremanica, nell’area a nord di
Londra si trovano due grandi rivali: il Chelsea, comunemente noto con il
nickname di blues, in onore alla
divisa casalinga, e il Tottenham, squadra di tradizione ma mai realmente
competitiva negli ultimi anni; Dawson e compagni, che per tutti sono gli spurs, abbreviazione del nome Hotspur,
spesso, e non sempre positivamente, vengono etichettati come yids, gli ebrei. È infatti risaputo che
proprio nel quartiere che circonda White Hart Lane risiede la più grande
comunità ebraica del paese, e purtroppo non sono mancati nel corso degli anni
anche gravi episodi di razzismo. Con questo soprannome si chiude la prima
puntata dedicata ai nicknames delle squadre inglesi; l’appuntamento è per la
prossima settimana, quando scopriremo quelli delle altre squadre della massima
serie, e vi anticipo già che alcuni sono veramente bellissimi.
mercoledì 16 aprile 2014
JUSTICE FOR THE 96
15 Aprile 1989 – 15 Aprile 2014. Venticinque anni di
ricordi, di rimorsi e di lacrime. Venticinque anni di speranza anche; speranza
di arrivare finalmente alla verità, di non affogare in una tristezza così poco
considerata dallo stato. Venticinque anni dopo, l’Inghilterra ricorda
Hillsbrough, teatro del più grande dramma calcistico della storia: a Sheffield,
nell’impianto così tragicamente noto, Liverpool e Forest devono incontrarsi per
la semifinale di FA Cup. L’impianto è vecchio, è obsoleto, inadatto ad
accogliere un evento che richiama tanti, troppi appassionati. Ai sostenitori
dei “reds” viene assegnata la Leppings Lane, la curva più piccola; dal
Merseyside si muovono in tantissimi, quasi quindicimila hanno il biglietto per
il settore maledetto. Le autorità aprono con largo anticipo i sei varchi di
ingresso, ma la fila fatica a muoversi, i passaggi sono intasati; servirebbero
altre entrate, più spazio, perché le 15 si avvicinano e la gente da dietro
comincia a spingere; la decisione di aprire lo stretto tunnel centrale arriva
quando ormai si è dato il calcio d’inizio. Chi è ancora fuori, tantissimi,
comincia a correre lungo la galleria, ma alla fine del tunnel non trova la
luce. Trova l’inferno. La calca è incredibile, l’aria respirabile ormai
esaurita. Tornare indietro è impossibile, l’unica soluzione è scavalcare,
salvarsi la vita entrando in campo. In molti ci provano, ma la polizia non
capisce; non è al corrente del dramma che si sta consumando, e ricaccia
indietro gli invasori a colpi di manganello, spingendoli al macello. Nessuno
riesce a muoversi; in molti cercano di arrampicarsi, dal secondo anello giovani
si sporgono per salvare altri giovani, ma non basta. Novantasei persone muoiono
schiacciate, spappolate contro la rete che delimita il campo, consegnando alla
storia una delle più brutte fotografie del ventesimo secolo. Il più piccolo tra
le vittime ha solo otto anni, e il suo cuginetto, che quel giorno è rimasto a
casa davanti a “Match of the day”, oggi di quel Liverpool è capitano e
leggenda. Oggi, quel ragazzino che a Hillsbrough avrebbe tanto voluto esserci,
e che venticinque anni dopo si commuove al termine della sfida contro il
Manchester City, è Steven Gerrard. Ad un quarto di secolo di distanza, il
calcio inglese ha voluto onorare la tragedia con un gesto tanto simbolico
quanto commovente: tutte le partite sono iniziate con sette minuti di ritardo,
per non cancellare la memoria di quei sei minuti maledetti. Perché a
Hillsbrough, Sheffield, l’orologio che accoglieva gli amanti delle terraces è
ancora fermo sulle 15.06. Il 15 aprile 1989 il tempo si è fermato. Venticinque anni
dopo non è ancora ripartito. Justice for the 96.
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